LA BANALITA’ DELLE CONTRADDIZIONI
di Roberta Cavallaro

Prendere o lasciare! Questo impone chi in questi giorni mette a dura prova la pazienza degli aspiranti sociologi e quella di chi lo è ormai da parecchio tempo, come se non bastasse intraprendere un percorso universitario che chiede di mantenere alto l’entusiasmo senza garantirti un riscontro professionale.
Cosa stiamo rincorrendo?
Un sistema di ordini professionali che garantisca il riconoscimento delle competenze, che eviti la seccatura di sentirsi inferiore ad altre categorie, che regoli la professione dando la possibilità di accedere a specifiche opportunità di lavoro, che finalmente riesca a definire chi è e cosa fa un sociologo. Abbiamo davvero bisogno di un ulteriore mezzo che ci dica chi siamo?
Basterebbe guardarsi indietro e vedere il percorso di studi svolto per rendersi conto di chi siamo diventati, altrimenti, il valore dell’Università verrebbe svuotato del suo significato. Cosa ci sarebbe da festeggiare nel caso in cui avessimo ottenuto quello che forse nessuno desidera fino in fondo e ancora peggio, cosa c’è da festeggiare nel caso della via di mezzo proposta. In una prospettiva di ampia precarietà scoprire che la salita è ancora lunga è una spiacevole sorpresa. La rincorsa verso la “certificazione professionale” è inserita in un meccanismo subdolo che non lascia spazio ad altre prospettive possibili, l’affanno prende il sopravvento, l’obiettivo rende tesi e frustrati.
Chi si prende cura dell’entusiasmo dei neolaureati che si affacciano sulla strada della vita vera e vedono solo un precipizio pronto ad inghiottirli?!
La vera sorpresa sarebbe stata quella di garantire un periodo di stage post-laurea, per affiancare alle conoscenze teoriche quelle pratiche, per evitare il loop del “cane che si morde la coda” rappresentato dalla banale conversazione tra un candidato e un datore di lavoro: C- “Salve, chiedo di poter lavorare presso la vostra azienda”, D- “Ha esperienza pregressa nel settore?”, C- “No, speravo di poterla fare con voi”, D- “Impossibile, noi assumiamo solo gente con esperienza”.
La certificazione professionale non rimuove ostacoli del genere ma ne genera altri simili. Non basta di certo la laurea in sociologia a definire un sociologo ma l’impegno, la passione, l’esperienza e soprattutto la possibilità di farla, se l’obiettivo è il finale dell’avventura, cioè essere visti con occhi pieni di orgoglio e nessuna diffidenza da altre categorie professionali, non sarà dato il giusto peso al DURANTE. Competenze accademiche, quindi, Università come fattore imprescindibile più l’esperienza professionale, mi sembrano la giusta combinazione per offrire un percorso lineare a chi volesse intraprendere questa carriera.
Non è da sottovalutare il requisito economico richiesto a chi, nonostante il possesso di requisiti curricolari adeguati, volesse essere professionalmente riconosciuto, che nuoce ulteriormente all’entusiasmo di chi fa della passione la sua forza. Spesso, questi meccanismi perversi di volontà miste di normative e di Élite, tendono a confermare chi sei attraverso la richiesta di denaro.
A volte si pensa di fare del bene prendendo decisioni per altri senza chiedere prima come la pensino, come un padre che ritiene il figlioletto troppo piccolo per decidere cos’è giusto per sé stesso, ma qui se la parola “colleghi” non è apprezzata, proviamo a sostenerci almeno come fratelli e sorelle.
Roberta Cavallaro, Socia ASI