IL FUTURO DELLA SANITÀ SONO I GIOVANI

TESTIMONIANZE DAL FRONTE ANTI VIRUS

Il futuro della sanità deve necessariamente essere in un’altra direzione, la sanità in Lombardia non ha retto il colpo, non è stata in grado di salvaguardare i più deboli, i nostri anziani sono morti, nelle case di riposo è arrivato il virus, chi dovevamo tutelare non c’è più, tanto vale aprire tutto, mi viene da dire, ormai i sacrifici sono inutili.

Alcune decisioni sono state scellerate e palesemente errate, ma non era necessario un genio per comprendere.

Ci sono case di cura che hanno saputo contenere il contagio ad esempio la Giuseppe Verdi di Milano che ha registrato un unico caso, una signora di 94 anni, ammalata in ospedale, deceduta, che aveva contagiato il marito che si era recato a trovarla. Per contenere il contagio nella casa di cura si è disposto l’acquisto di dispositivi quali 500 mascherine che sono state distribuiti a tutti ospiti e personale ai primi di marzo. La casa di cura si è chiusa ai visitatori, gli ospiti sono stati mantenuti nelle proprie camere dove potevano consumare i pasti. Nessuno si è ammalato. Alcune scelte della regione Lombardia e dell’ATS si sono rivelate palesemente errate come quella di mettere i pazienti COVID-19 positivi convalescenti nelle RSA per alleggerire la pressione sugli ospedali.

Questo vuole dire portare il contagio nelle fasce deboli.

Chiedere il sacrificio per settimane ai parenti di non fare visita ai propri congiunti, per proteggerli da un possibile contagio per portare poi il contagio stesso per decisione istituzionale. Questo è un errore grossolano che i medici sul fronte COVID hanno capito da subito e da subito temuto.

Forse i medici delle RSA non hanno colto il pericolo.

La mia amica Annarita che lavora sia in pronto soccorso che in RSA, ha ben chiara la contagiosità del virus per esperienza diretta, Annarita si è sempre protetta in modo da non essere essa stessa il veicolo di contagio: doccia dopo pronto soccorso e cambio di ogni abito, mascherina e guanti. Alla decisione dei vertici delle ATS e della RSA di ospitare nella RSA stessa i pazienti COVID-19 positivi in dimissione si è messa di traverso.

Non tutti però si sono opposti.

In altre RSA sono stati gli operatori a portare il contagio. Lavorare in più strutture per riuscire ad arrotondare magari per conto di cooperative e subappalti può aver agevolato l’ingresso del virus. La scarsa disponibilità di mascherine e di dispositivi di protezione soprattutto all’inizio della pandemia, e la difficoltà di eseguire i tamponi per indagare il supposto contagio hanno fatto il resto.

I medici si sono ammalati per primi, da tempo in pochi, hanno visitato un po’ troppo spavaldamente, chi stava male, senza mascherina, senza guanti…poi si sono ammalate le OSS, Operatrici Socio-Sanitarie, ed infine le Infermiere.

Silvia è un’amministrativa, piange. «Forse ho portato io il contagio, ma nessuno sapeva cosa fosse, io sono stata male, molto male, ma non subito, le prime settimane stavo un po’ male, ma sono venuta a lavorare ugualmente» Sono quasi 70 i dipendenti malati e tra loro ben 6 medici di cui 1 intubato in terapia intensiva. Adesso siamo indagati. Sono venuti i NAS. Ci hanno denunciato.

Ma quale è la nostra colpa?

I numeri dei morti nelle RSA fanno paura, in strutture di 200 posti letto dall’inizio dell’anno abbiamo avuto 70 morti. I morti che di solito si contano in un anno, ora sono già avvenuti in pochi mesi, e la massima incidenza di decessi è avvenuta nell’ultimo mese: dal primo aprile 47 morti in 18 giorni su 200 posti letto.

I parenti sono arrabbiati, è oltre un mese che non vedono i loro cari ed ora di punto in bianco glieli consegniamo in un’urna! Telefonano di continuo. Si costituiscono in gruppo per farsi seguire dall’avvocato… Ma questo crea un clima da caccia alle streghe che non aiuta. Cerchiamo di chiamare tutti di telefonare a tutti di informare. Ma non abbiamo più personale: quello che si è ammalato in modo pesante è tutt’ora fuori, quelli che stanno meglio non vogliono tornare per non contagiare, quelli che hanno avuto la fortuna di fare il tampone e sono entrati nel loop del «tampone positivo».

Tampone positivo.

Il tampone può persistere positivo per 6-8 settimane senza che questo significhi essere contagiosi, il tampone viene effettuato in profondità, ciò che si cerca con il tampone sono alcuni antigeni del capside non il virus in toto. Avere un tampone positivo costringe la persona anche dopo la guarigione, a restare in quarantena ad oltranza, a restare isolati senza un reale motivo. Tampone positivo, debolmente positivo, positivo, dubbio positivo…non è dimostrato che siano ancora contagiosi, certo useranno ancora come tutti la mascherina, ma stare ad aspettare la negativizzazione è veramente snervante e mette a dura prova gli operatori sanitari!

Un lavoro immane.

Per chi resta sul campo un lavoro immane. La caposala Giovanna, una delle poche infermiere che sta lavorando, chiama tutti i parenti uno ad uno per informarli sulle condizioni dei loro cari, circa l’esito del tampone quando finalmente è stato eseguito. Anche lei non si dà pace, probabilmente ha già contratto il virus, tra le prime, a febbraio ha avuto per 2 settimane ageusia e ipoosmia, con un po’ di malessere: febbre? Forse ma con una tachipirina andava via. Nessuno sapeva fosse così grave. Giovanna è guarita, e (rigorosamente senza tampone) ha continuato a lavorare, adesso si sente in colpa, troppi morti. Dottoressa piango alla sera, mi sento in colpa: li ho contagiati io?

È colpa mia? Non sapevo, allora nessuno sapeva. Un clima da caccia alle streghe non ci aiuta: abbiamo avuto unidici denunce, cosa potevamo fare di diverso?

Clara non ha retto, è una brava dottoressa di 53 anni, sposata con tre figli di cui una ragazza adolescente adottata con già due bimbi piccoli, la sua è una famiglia speciale ci tiene a dirmi. Clara non dorme più con la sua famiglia si è trasferita nella foresteria della casa di riposo per non contagiare.

Ma ci tiene a parlarmi della sua famiglia a mostrarmi le foto.

Come se mi dicesse: mi hanno denunciato ma io non c’entro io ho sempre fatto la moglie, la madre e la nonna, oltre che il medico, ho sempre trattato i pazienti con rispetto, dedizione, con amore.

Ora mi sento inadeguata. Ora mi hanno denunciato.

Sono diventata paranoica. Faccio medicina difensiva. Ho il telefono controllato. I carabinieri hanno mandato un finto medico in incognito, come se noi non l’abbiamo riconosciuto!

Clara non ha retto. È fuori.

Evviva i giovani

Sono arrivati medici nuovi, giovani, molto giovani Viviana 25 anni, Luca 26 anni, senza neppure l’abilitazione, (ma abbiamo deciso che ne possiamo fare a meno!), entusiasti, preparati. Loro ce la faranno, imparano subito, leggono di tutto, assorbono come spugne, colgono qualsiasi opportunità gli venga fornita.

Hanno finalmente fatto il tampone a tutti gli anziani della struttura.

La fisioterapista Eleonora 27 anni, ha fatto una cosa geniale: ha suddiviso in 4 gruppi i pazienti con codice colore:

  • rossi tampone positivo con sintomi
  • arancioni tamponi positivo senza sintomi
  • gialli tamponi negativi con sintomi
  • verdi tamponi negativi senza sintomi.

Gli ospiti vengono spostati nei quattro gruppi in modo da non contagiare i negativi e si sanificano le camere. Anche questo è un lavoro immane che deve essere fatto bene. Più di cento spostamenti in pochi giorni.

Le OSS lavorano febbrilmente, usano la candeggina per pulire tutte le camere.

Siamo una squadra fortissima

Con Viviana, Luca ed Eleonora facciamo l’ecografia del torace a tutti gli ospiti, «eco a tappeto». Partiamo dai verdi così vediamo i toraci negativi e ci facciamo l’occhio, poi i gialli e distinguiamo chi ha un problema che potrebbe essere compatibile con la polmonite da COVID-19 da chi invece ha altre patologie respiratorie. Pazienti con scompenso cardiocircolatorio o con polmonite ab-ingestis potrebbero essere confusi con COVID-19, non è facile negli anziani con grave deficit neurologici con demenza avere una buona anamnesi e l’impossibilità di eseguire diagnostica come radiografia del torace ed esami ematici rende la clinica fondamentale. Teniamo in stand-by da rivalutare chi ha sintomi suggestivi e tampone negativo ed eco torace negativo.

Questi ripeteranno eco torace nei prossimi giorni.

Valutiamo gli arancioni per individuare la fase 3: positivi al tampone ma senza sintomi: hanno già superato o devono ancora entrarci? Cerchiamo le linee B. Chi ha le linee B farà terapia, per gli altri «vigile attesa». La mia squadra impara in fretta, gli ultimi 15 esami li eseguono loro con supervisione.Tutti i pazienti sono stati valutati uno ad uno, abbiamo anche rilevato la saturazione di ossigeno e l’obiettività, un lavorone.

L’importanza di avere nella squadra la fisioterapista Eleonora è fondamentale per la mobilizzazione precoce dei pazienti in fase 3. A questi oltre la terapia con steroide, l’ossigeno e l’eparina a basso peso occorre sollecitare la mobilizzazione, in bed is death.

Eleonora ha capito benissimo ed è pronta a mettere in campo anche gli educatori e gli animatori per sollecitare la mobilizzazione in tutti i malati.

SociologiaOnWeb


Lascia un commento

Anti - Spam *

Cerca

Archivio