I CASAMONICA A “PORTA A PORTA”, IL CAPOLAVORO DI BRUNO VESPA
Vittorio Casamonica non era un mafioso, non era un boss, non era un padrino, non aveva precedenti per traffico di droga. E allora chi era quest’uomo che il 20 agosto, per diversi giorni, ha fatto parlare i mass media di tutto il mondo? Non era certo il re di Roma o il Papa, come si leggeva nella gigantografia in fregio alla basilica di San Giovanni Bosco della Capitale dove si sono svolte le sue esequie in stile hollywoodiano, con carrozza a cavalli e banda musicale che sulle note della colonna sonora del Padrino e My way spingeva l’anima di zio Vittorio alla conquista del Paradiso. Ma non era neanche uno stinco di santo. Pace all’anima sua! A comunicare a poco più di un milione di italiani quello che Casamonica non era stato in vita ci ha pensato la televisione di Stato durante la trasmissione “Porta a Porta” dell’8 settembre scorso. Ma come – la gente si chiede- dopo tutto quello che si è detto e scritto della buonanima di don Vittorio adesso si fa marcia indietro? Boh!
Una premessa è d’obbligo: Bruno Vespa non è certo uno sprovveduto e del giornalismo televisivo italiano è il massimo esponente. Se l’ex direttore del TG1 ha deciso di invitare gli eredi Casamonica alla sua trasmissione avrà di certo avuto un valido motivo. Vespa, sicuramente, ha valutato i principali rischi di quella scelta che ha contribuito, indirettamente, a creare un nuovo personaggio televisivo, Vera Casamonica, la quale ha trasformato in comparse tutti gli altri attori della serata. La figlia di don Vittorio ha bucato lo schermo: in settanta minuti si è conquistata la new entry nella hit parade dei volti nuovi del piccolo schermo e, in un solo colpo, ha raggiunto un livello di notorietà, forse, maggiore di quella conquistata dal papà nel corso del suo cammino terreno, fatto di gesti che gli hanno conferito carisma, ma anche procurato sospetti e inciampi su qualche norma del nostro codice. Al centro della scena di “Porta a Porta” di martedì sera, Vera, la figlia dell’estinto, con a latere il nipote Vittorino e l’avvocato di famiglia. I servizi esterni non hanno certo contribuito ad aumentare il ritmo di una trasmissione lenta, ma di grande correttezza nei confronti di una famiglia che, appena due settimane prima, era stata dipinta come il cancro di Roma, il diavolo da scacciare dalla città eterna, il male assoluto. Non stiamo parlando di santi, ma di uomini.
“Sono venuta a difendere mio padre: lui non c’entra niente con la droga né con mafia capitale”: prima stilettata a quel giornalismo che 19 giorni prima aveva alimentato l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale nei confronti di un paese, l’Italia, dove tutto si fa alla “luce del sole”, con gli addetti alla sicurezza dello Stato e l’intelligence che, nella circostanza, hanno fatto la figura di un marito tradito che apprende per ultimo di essere un cornuto. Non ha dovuto faticare molto Vera Casamonica per assumere il ruolo di protagonista della serata. Forse tutto si è svolto nel rispetto di un copione che la donna, nonostante la scarsa scolarità e la poca cultura ( ma questo non è certo un suo demerito) ha interpretato senza défaillance Mah!
La signora Vera prima ha incassato la smentita sui meriti farlocchi inseriti abusivamente nel curriculum vitae del padre, al quale, però, è stata “riconosciuta” una sfilza di reati contro il patrimonio (assegni a vuoto), poi ha camminato su un tappeto di petali di rose. Un tesoretto che la donna ha speso con parsimonia per il resto del programma.
E Bruno Vespa? Una via di mezzo, tra l’ anfitrione e il pesce fuor d’acqua.
Nel suo compito non ha ricevuto un grande aiuto da Virman Cusenza (direttore de Il Messaggero) e da Fiorenza Sarzanini (Corriere della Sera): il primo ha tentato di orientare il dibattito sulla distrazione dello Stato sui funerali; e la seconda ha provato l’interpretazione sociologica dell’evento, pretendendo dalla Casamonica la spiegazione del significato di certi messaggi che hanno caratterizzato il rito funebre dell’anno.
Don Vittorio come il Papa? Hanno chiesto ad un certo punto i tre giornalisti. Vera Casamonica, tra il serio e il faceto, ha avuto l’ardire di paragonare il genitore prima a Papa Giovanni, poi a Giovanni Paolo II, quindi all’attuale Pontefice. L’ha fatto ( a nostro modesto avviso) in modo naturale, forse con l’astuzia di chi era consapevole di poter mettere al tappeto un gigante dai piedi d’argilla: l’informazione italiana dalla cui penna, a volte, scappa qualche macchiolina d’inchiostro che la costringe poi, cessato il clamore dell’evento, a far ricorso alla scolorina. E questo anche quando l’abito del protagonista di un reportage è già abbondantemente macchiato. Se lo spettacolo dello scorso 20 agosto è stato un’ostentazione di potenza e ricchezza, e, forse, di sfida, “Porta a porta” ha tenuto a battesimo un nuovo modo di fare televisione: dare voce anche a quei cittadini che non godono della simpatia di un’opinione pubblica eterodiretta e sempre più ostaggio dei ritmi imposti alla vita di noi tutti dalle moderne tecnologie comunicative. Ecco un nervo scoperto del giornalismo che mira più alla spettacolarizzazione rispetto all’osservanza di una delle più importanti regole deontologiche della professione di cronista: la verifica della notizia. Siamo di fronte a un sistema che non ci consente di comprendere cosa significhi essere cittadini nel mondo globale e nell’era di Internet.
Vera Casaminica, figlia di un supposto padrino, donna di poca cultura ma di grande furbizia, è riuscita a sedersi nel salotto buono dell’informazione italiana e a parlare ai telespettatori delle virtù terrene del defunto padre. Questa sì che è una notizia. Uno scoop!
Le reazioni, come ormai accade in Italia, sono state a ruota libera: dall’indignazione del popolo del web all’agitarsi della politica, sempre pronta a vedere la pagliuzza nell’occhio altrui, dalle sentenze alle accuse. “Critico dunque esisto”, nel cui nome si legittima la facoltà di emettere condanne inappellabili. Mentre il povero dottor Vespa è sottoposto a una sorta di lapidazione, nella mente di certe vecchie zoccole del giornalismo s’insinua il dubbio dell’obbligo all’istituto della rettifica o, comunque, il ricorso alla deontologica per riparare i danni collaterali provocati dal bombardamento mediatico dall’enfatizzazione e dalla spettacolarizzazione di un fatto di cronaca ( politica, nera, giudiziaria) che, spesso, pur di far salire l’audience o aumentare le vendite di giornali, non passa attraverso il filtro della verifica.
Cosa dire? Pensar male è peccato, ma qualche volta s’azzecca.
Antonio Latella – Giornalista professionista e sociologo (Presidente del Dipartimento Calabria dell’Associazione Nazionale Sociologi)
( foto Il Velino)