LA PAURA SI VINCE COL “SENTIRE”

di Sonia Angelisi

L’epoca storica che stiamo vivendo sta portando alla luce una serie di riflessioni importanti. Una delle principali, riguarda il senso di incertezza che deriva dal vacillare delle scienze cosiddette dure.

Virologi ed epidemiologi non riescono a trovare un punto di incontro e, la comunicazione stridente tra pareri scientifici spesso completamente opposti, non fa altro che alimentare il profondo senso di insicurezza sociale. Probabilmente è la prima volta in cui si scorge in maniera più o meno evidente la debolezza delle hard science, proprio quelle scienze esatte che dovrebbero darci dei risultati incontrovertibili, così come il metodo scientifico sperimentale comanda, quel metodo sacro su cui è stato costruito il tempio del sapere scientifico. È chiaro che la scienza ha bisogno di tempo per arrivare alla definizione di esiti frutto di riproduzioni in laboratorio e di dimostrazioni matematiche. Tuttavia, le continue predizioni e previsioni divergenti da parte degli scienziati su quello che sarà il nostro vivere (anche in termini anche non strettamente scientifici) non sta producendo effetti positivi nell’opinione generale.

Verosimilmente è giunto il momento che scienze dure e le cosiddette scienze molli inizino a parlarsi in maniera assennata. È impensabile, infatti, credere di poter attutire i violenti e inaspettati colpi della pandemia in corso, solo con un approccio biomedico.

Oggi più che mai è necessario seguire le direttive dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) sul nuovo Paradigma Olistico della Salute, il quale si identifica con l’approccio bio-psico-sociale: un metodo di ricerca e di sperimentazione che coinvolge tanto le scienze dure quanto quelle molli. Biologia, sociologia, psicologia, medicina, economia, un enorme cervello multidiscipliniare al servizio dell’umanità.

Questa esigenza si fa sempre più viva non solo a livello globale, ma anche a livello microsociale: un malato di Covid-19 che sente di annegare dentro se stesso vede, allo stesso tempo, svanire come in una foto sbiadita i suoi affetti più cari

Lontani, irraggiungibili, desideratissimi.

In maniera analoga, i familiari annegano nel dolore di una distanza coercitiva e disumana che non permette un addio, un ultimo sguardo. Chi fortunatamente non viene colpito da questo nemico invisibile vive le situazioni più disparate, tutte dentro le mura di casa:  donne e bambini costretti alle violenze domestiche dei propri aguzzini, adolescenti e infanti che stanno perdendo l’occasione di crescere attraverso le relazioni sociali tra pari, disparità di istruzione tra studenti, famiglie in serie difficoltà economiche che non sono in grado di reggere lo stress psicologico derivante da tale problematica. Da società globali siamo diventati una moltitudine di solitudini ingabbiate. Quanto un intervento esclusivamente medico-scientifico può fornire soluzioni valide ad una moltitudine di solitudini? E quanto siamo in grado di sentire questa nostra solitudine?

Il genere umano, che non è stato salvaguardato dalla fede nel libero mercato né dalla fede nelle  grandi religioni, aveva trovato, già a  partire dal secolo scorso, nuova linfa dalla comparsa di una straordinaria rivoluzione: l’umanesimo. La rivoluzione umanista capovolge quello che fino a poco tempo prima le religioni ci avevano fatto credere ovvero che l’uomo aveva un senso solo se il suo agire era inserito in un grande progetto cosmico. L’umanesimo ribalta questa concezione: il disegno cosmico ha senso solo se ci sono degli uomini a farlo.

Sono le narrazioni degli uomini a costruire un senso, sono le esperienze degli umani a conferire un significato all’universo. Questo vuol dire che ci interroghiamo costantemente sulla nostra vita per capire quale sia il suo senso e qual è il senso che dà al mondo.

I sentimenti rivestono di significato non solo le nostre vite private, ma anche i processi sociali e politici. L’umanesimo concepisce la vita come un processo graduale di cambiamento interiore, un sentire costante rivolto all’universo sconosciuto dentro di noi. Esperienze e sentimenti si forgiano a vicenda, l’una maestra dell’altro e viceversa in uno scambio continuo di informazioni. Di conseguenza, non esiste solo un sé autentico (quello esclusivamente interiore), ma esiste anche un sé narrante: le mie attuali opinioni politiche, le mie preferenze, i miei gusti, le mie ambizioni riflettono, di fatto, le mie origini e il mio vissuto finora (dove sono nato, cosa ho studiato, chi ho frequentato, ecc.). Questa riflessioni porta a riconsiderare la nostra condizione umana non solo come frutto di una interiorità, ma anche come risultato di un contesto.

Mettere l’uomo al centro ha prodotto una serie di implicazioni sia sul piano della coscienza, sia sul piano delle relazioni. Harari afferma:

“Prima che prendesse forma il villaggio globale, il nostro pianeta era una galassia di culture umane isolate che potrebbero aver favorito lo sviluppo di stati mentali oggi estinti. Realtà socioeconomiche e pratiche quotidiane differenti alimentavano differenti stati di coscienza. (…) Inoltre, molte culture premoderne credevano nell’esistenza di stati superiori di coscienza, che sarebbe possibile raggiungere attraverso la meditazione, le droghe o le cerimonie rituali. Gli sciamani, i monaci e gli asceti esploravano sistematicamente i territori misteriosi della mente, da cui facevano ritorno carichi di storie mozzafiato.”

Lo spettro della mente, come lo chiama il filosofo indiano prima citato, è vastissimo e si crea a partire dai diversi modi di conoscere il mondo (ecco  nuovamente il concetto di esperienze e sentimenti/mondo interiore che si costruiscono a vicenda). La percezione che noi umani abbiamo della realtà è limitata ai nostri sensi che sono molto diversi, ad esempio, da quelli di un pipistrello il quale fa esperienza del mondo attraverso l’ecolocazione: emissione rapidissima di ultrasuoni (ben al di là della banda udibile umana) per captare e ricostruire con gli echi di ritorno le immagini di ciò che incontrano. Il mondo dell’ecolocazione è totalmente differente dal nostro fatto di udito e vista, con conseguenti stati mentali diversi e inesplorati per l’uomo.  Ma il nostro modo di conoscere il mondo non è stato sempre uguale. Per migliaia di anni l’Homo Sapiens si è evoluto come membro di piccole comunità; l’evoluzione verso città, regni e mondo globale ha causato la perdita di sensi importanti per la conoscenza dell’ambiente intorno a noi:

“Per esempio, gli umani preistorici probabilmente usavano moltissimo il loro senso dell’olfatto. I cacciatori-raccoglitori sono in grado di fiutare a distanza la differenza fra diverse specie animali, individui umani e persino emozioni. La paura ha un odore differente rispetto al coraggio. Quando un uomo è spaventato secerne sostanze chimiche diverse da quelle che secerne quando si sente coraggioso. (…) Man mano che i Sapiens si organizzavano in gruppi più grandi, i nasi perdevano molta della loro rilevanza sociale, perché sono utili solo se si ha  a che fare con un numero ristretto di individui. Non si può annusare la paura statunitense nei confronti della Cina. Di conseguenza,  le potenzialità olfattive degli umani vennero dimenticate.”

Lo stesso avvenne per altri nostri sensi, oltre che per la abilità di prestare attenzione alle nostre sensazioni. Il sentire ha fatto posto al fare, un fare costante e frenetico. La velocità ha preso il posto della lentezza. La relazione umana ha ceduto il passo all’iperconnessione. E, in questo contesto troppo grande e troppo rapido, l’umanità si è ammalata di quella che con un acronimo viene definita FOMO (Fear Of Missing Out) cioè la paura di essere tagliati fuori. Paradossalmente, abbiamo più scelte, ma meno possibilità di scegliere la cosa giusta perché abbiamo perso l’abilità di prestare attenzione. Rincorriamo la velocità, ma non è di questa che abbiamo bisogno, ciò di cui abbiamo bisogno è recuperare il sentire. Alcuni recenti studi di psicologia umanista hanno sottolineato come gli individui in situazioni di pericolo spesso non vogliano la soluzione più rapida, ma quello che cercano è attenzione, ascolto. Mostrare un atteggiamento empatico calma la paura. Per quanto si indirizzi la mente umana a diventare sempre più abile sotto il profilo del calcolo e del ragionamento per ragioni politiche ed economiche, questo probabilmente non si rivelerà un miglioramento della specie umana, poiché stiamo operando un taglio netto tra esperienze e mondo interiore. Nonostante la vita sia fatta di decisioni risolute e scelte istantanee, stiamo tranciando il collegamento tra noi e tutto il resto dentro e fuori di noi.

La seconda rivoluzione cognitiva denominata tenco-umanesimo che si appresta a trasformare gli uomini in ingranaggi perfetti di una macchina perfetta attraverso l’evoluzione spinta all’ennesima potenza della tecnica e della scienza, potrebbe impoverire irreversibilmente il nostro Essere Umani.

Del resto, il progresso tecnologico non vuole che prestiamo ascolto alla nostra interiorità, ma vuole piuttosto controllare la nostra interiorità. Harari sintetizza questo possibile scenario con una frase eloquente: “Per anni siamo stati scimpanzé evoluti. In futuro, potremmo diventare formiche di taglia gigante”.

Arriviamo, allora, a delle conclusioni: la prima di tutte che è necessaria una comunanza di intenti e di studi tra scienze dure  e scienze molli, in modo che la tecnica spinta non causi la perdita di ulteriori strati di coscienza all’interno dello spettro della mente. È di fondamentale importanza riconnettere le esperienze sociali ai vissuti interiori, imparando nuovamente a prestare attenzione a noi stessi e all’altro.

Riconoscendo l’altro, impareremo a conoscere noi stessi in uno scambio empatico estremamente produttivo. Se abbiamo perso la capacità  interiore di dare giudizi alla nostra esistenza, di qualificare obiettivamente chi siamo e di cosa abbiamo bisogno (capacità chiamata scientificamente  Processo Valutativo Organismico), è proprio perché è stata minata la comunicazione tra il sé autentico e il sé narrante, tra ciò che sono e ciò che gli altri mi dicono che io sia. Solo ripristinando questa abilità riusciremo a comprendere quali sono le nostre esigenze, ricercandole all’esterno, dall’ambiente che ci circonda alle relazioni con gli altri, trasformando finalmente la nostra gabbia di solitudine in una moltitudine consapevole.

dott.ssa Sonia Angelisi – sociologa e ricercatrice indipendente


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